Anatomia della sopravvivenza by Deborah Leiser -Moore

Vi invitiamo a un incontro al crocevia tra teatro, arti visive e decostruzione letteraria. La nostra guida oggi sarà la Deborah Leiser-Moore, artista, ricercatrice e regista australiana, che nella sua pratica performativa pone domande fondamentali sui meccanismi di esclusione, sui limiti della resistenza umana e sul prezzo che paghiamo nella lotta per la nostra identità.
L’evento di oggi è un invito ad addentrarsi nell’intimo processo creativo  il cui fulcro è il progetto “Daughter of Venice” (La figlia di Venezia), attualmente in fase di sviluppo durante la residenza al RUC. Per aiutarvi a orientarvi in questa narrazione dalle molteplici sfaccettature, desideriamo offrirvi alcune chiavi di lettura.
Il punto di partenza è “Il mercante di Venezia” di William Shakespeare. L’artista, tuttavia, rifiuta la narrazione tradizionale, dando voce a Jessica, figlia dell’usuraio ebreo Shylock. Nell’originale shakespeariano Jessica fugge di casa per convertirsi al cristianesimo. Deborah Leiser-Moore pone una domanda senza compromessi: si è trattato di un atto d’amore o di una strategia di sopravvivenza in un mondo profondamente antisemita?
Nel corso di questa sezione sarete testimoni dello scontro tra immagini poetiche e la brutale realtà dell’emarginazione e dell’essere bollati come “diversi”. Vale la pena prestare particolare attenzione alle metafore visive chiave:

Rivisitazioni shakespeariane e teatro dell’identità

Parte 1

Shylock come cormorano

Nell’etimologia ebraica biblica, la parola Shiloch o Shallach significa cormorano. Nella tradizione culturale occidentale e cristiana (tra l’altro nel Paradiso perduto di Milton), il cormorano simboleggiava l’avidità, la predatorietà e l’alterità. Deborah utilizza questa immagine per mostrare come la società veneziana percepisse Shylock: non come un uomo, ma come un «predatore». L’artista trasforma questo nesso linguistico in una potente immagine scenica, in cui il padre diventa la figura di un uccello solitario e tenebroso.
Mi dicono di sperare di non essere la „figlia di un ebreo” 
Mi dicono che in cielo non c’è pietà per me perché sono figlia di un ebreo 
Sono maledetta sia da mia madre che da mio padre
Dicono che io sia una specie di diavolo.
Mi odiano – sono una nemica. 
Cane
Diavolo
Dicono: “Che l’ebreo sia maledetto, cane esecrabile!”
Ridono delle mie perdite,
deridono i miei guadagni,
ostacolano i miei affari,
allontanano/ raffreddano i miei amici, infiammano i miei nemici 
e qual è il motivo?
Sono ebrea. Dicono che sarò salvata
Ma così facendo 
faccio salire il prezzo della carne di maiale

Il prelievo di sangue

Vedrete Jessica che dona il proprio sangue in sacche, che vengono poi appese a un filo da stendere. Si tratta di una metafora estremamente commovente della perdita della propria identità. Per salvare la propria stirpe in un sistema oppressivo, la protagonista deve, in senso letterale e figurato, dissanguare la propria eredità culturale.

Acqua e rinascita

Il video che mostra l’immersione sott’acqua simboleggia il battesimo e il rituale di purificazione, ma nel contesto teatrale rimanda anche all’annegamento, alla perdita del respiro.
A fare da cornice a questa storia è un’immagine piena di speranza – la Jessica dei giorni nostri che passeggia nel caffè italiano Brunetti a Melbourne
È forse possibile che dopo secoli di emarginazione,nel mondo di oggi possa finalmente vivere secondo le proprie regole? L’autrice ricorre a un contesto insolito: in sottofondo si sente la canzone «Chad Gadya» (in aramaico Un piccolo capretto).  Chava Alberstein nella sua versione della canzone esprime il proprio dissenso nei confronti del ciclo di conflitti ereditato dagli antenati. Deborah Leiser-Moore in “La figlia di Venezia” fa lo stesso con il testo classico di Shakespeare. Lo decostruisce da una prospettiva femminista e intergenerazionale, interrogandosi sul prezzo da pagare per l’adattamento e la sopravvivenza.

Parte 2

„La figlia di Venezia” è il secondo capitolo della serie “Le figlie ribelli di Shakespeare”– il primo è “Cordelia, Mein Kind”, ispirato ai personaggi di Cordelia e del re Lear. È una storia sul silenzio imposto, sulla censura della voce femminile e sulla repressione sistematica di chi rifiuta di obbedire.  
Scopriremo inoltre il lavoro congiunto di Deborah e di suo marito – Richard Moore – in relazione a miti come quello di Medea.